
Pietre del Salento – Le specchie
Pietre del Salento: Il preambolo
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Introduzione: L’area comprendente i Comuni di Specchia, Ruffano, Taurisano e Presicce è conosciuta come quella con la concentrazione maggiore di “specchie” nei tempi antichi. Oggi purtroppo ne rimangono solo pochi esemplari.
Sembrerebbe che l’origine del nome del borgo di Specchia derivi dall’enorme mucchio di pietre che sorgeva nei pressi del paese e noto nel Medioevo come “Specla de Amygdalis”. Mentre tra le specchie sopravvissute ai giorni nostri, quella che merita una maggiore attenzione è senz’altro “specchia Silva”. Sorge nel territorio di Taurisano e si erge per un’altezza di dieci metri. Secondo alcune fonti, sul finire dell’800, le dimensioni dovevano essere il triplo, le centinaia di pietre che la componevano furono usate per la costruzione di pajare, muretti a secco e per la produzione di calce. Non ci deve meravigliare, è materia prima facile da reperire. Curiosa la coincidenza secondo cui essa faceva parte di un sistema di sei specchie che si dipanavano lungo una linea geomagnetica, il che ha riacceso tra gli studiosi nuovi interrogativi sulle reali funzioni delle specchie Salentine. [Sandro Dumas]
P.S.: L’ambiente è parte del viaggio, rispettalo e vivilo con discrezione. Non lasciare tracce del tuo passaggio, qualcuno potrebbe aver lavorato duramente per permetterti di godere del contesto naturalistico che stai attraversando. La natura pretende solo di essere rispettata… non chiede altro. E’ sufficiente comportarsi come se fosse tuo quello che ti circonda (se ci pensi, in buona parte lo è).
Pietre del Salento:
Le specchie
Tempi di percorrenza
44 chilometri di saliscendi ed altro ancora. Possono sembrare pochi ad alcuni ma il percorso va affrontato con un piglio intraprendente, non solo per via del dislivello. Percorribile in circa quattro ore.
Tipologia di Percorso
Da Specchia a Presicce o viceversa si va prendendo trasversalmente la serra facendoci affrontare poco meno di 400 metri di dislivello in un continuo saliscendi. Non basta a spiegare il percorso perché, oltre ad affrontare tratti sterrati su stradine e sentieri solitamente poco frequentati, sarà necessario predisporsi ad affrontare (se pur brevemente) passaggi arati, scavalcare un paio di bassi muretti a secco e vie dimenticate dall’uomo dove la natura lentamente prende il sopravvento. Ma con un pizzico di pazienza e buona volontà queste “resistenze” si superano con soddisfazione.
I punti caratterizzanti
Partendo da Palazzo Risolo a Specchia e fino a Presicce incontreremo lo straordinario pajarone Ferrante, specchia Silva circondata parzialmente dalla vegetazione ma accessibile a differenza del successivo imponente pajarone di Acquarica, segnalato con indicazioni stradali, visibile ma inarrivabile (quantomeno in bicicletta) perché protetto da macchia mediterranea rigogliosa. La chiesetta di Santa Maria della Grotta prima di avvicinarsi e brevemente riallontanarsi da Presicce per consentirci di godere di viuzze tipiche salentine e la vista con il borgo sullo sfondo. Da Presicce col suo prezioso barocco della Piazzetta Villani, il monumentale calvario ed il bosco narrativo appena fuori dalla periferia racchiuso tra mura e cancellate normalmente lucchettate prima di affrontare altre stradine meravigliose, sterrate e asfaltate lungo le quali si incontra un’altra pajara, meno imponente ma suggestiva, in cui entrare e godere dell’architettura particolare. Sulla via del ritorno a Specchia la chiesetta del Crocifisso e le stradine dimenticate ai piedi della serra sempre verde e rigogliosa.
Le pietre nel Salento sono, per chi solitamente si misura con esse sui campi da coltivare, spigolose, pesanti e dure. Oltretutto sono abbondanti e ben ancorate al suolo sotto pochi centimetri di terra ricca di ferro o affioranti, basta guardarsi intorno distrattamente per vederle spuntare ovunque. Bianche, scavate dal vento e dalla pioggia rara, annerite e spaccate dal sole o frammentate da chi la terra l’ha lavorata. Che farne? Per esempio muretti a secco per delimitare le proprietà, favorire la condensazione dell’umidità ricavandone acqua oppure costruire pajare, i tipici semplici ricoveri per cose, animali e a volte persone ma anche arte per dar forma a credenze e scacciar paure. Sin qui tutto facile ed intuibile ma già nel Medioevo si osservavano cumuli enormi di pietre disposti in una certa maniera, in luoghi adatti alla loro funzione. Cosa sono? A cosa servivano? Da quanto tempo sono lì?
Il percorso disegnato mira a dare concretezza ai quesiti dando l’opportunità di osservarle e toccarle con mano quasi sempre. Fenomeni dalla parvenza eterna e che raccontano di un Salento arcaico e a tratti enigmatico sfruttando un’altra risorsa anch’essa abbondante da queste parti, le vie di collegamento tra luoghi. Quelle vie e viuzze, sentieri vie di passaggio che, per coincidenza, sembrano pennellate per essere percorse in bicicletta. Sottovalutate nella funzione dei giorni nostri, dimenticate o addirittura fagocitate per far posto ad altro, cancellate dalla natura che recupera spazi quando non utilizzati. È una rete dinamica più di quel che si possa immaginare, le cui maglie si infittiscono o si dilatano nel tempo. Lo fanno per uno scopo preciso, certi luoghi vanno raggiunti o saranno dimenticati. Anche qui alle porte del Capo ma lontani dal mare.

Marius Branca
Caro coevo pellegrino, sappi che lungo questa strada,
inserendoti in una callaia passi davanti ai frammenti tufacei della chiesa di Sant’Angelo:
resta il diruto del suo sacro campanile,
i cui resti nel rovigliato, come guscio senza gheriglio,
roventano sulla collina fra saltabellare di cavallette
e scaracchio di cicale
e il segno suo divino sconfina nella poesia
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